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Ehi tu, delusa

Correva l’anno 1993. Ero un pargolo carino e coccoloso e davo calci alle signore al mini-market sotto casa (se mi stai leggendo, scusami). I socialisti si avviavano all’estinzione e io, ignaro dei grandi cambiamenti politici in atto, iniziavo la mia carriera scolastica – che di questo passo non avrà mai fine, un po’ come i democristiani.

Già allora mi piaceva tantissimo salire in macchina per ascoltare la radio. E già allora avevo il vizio di dormire nei luoghi più impensabili. Spesso e volentieri coniugavo le due attività, ma in stato di veglia, come ogni treenne, tendevo ad assimilare i testi delle canzoni.

Papà aveva una cassetta con le hit del momento. C’erano Didodede, Affaculo, Goueeee, Gattito animale e un sacco di altri brani di cui non sentiamo la mancanza in quanto società.

Uno di questi mi metteva i brividi. Parlava di una bambina con il nome strano che doveva stare attenta a un lupo e, come saprete, ho sempre avuto la fobia dei licantropi. Ebbene io mi immaginavo proprio un mannaro che cantava le sue raccomandazioni a una sorta di Cappuccetto Rosso rock. Ho scoperto più avanti che si trattava solo di un tossico, che di rock c’era poco e niente e, soprattutto, il nome strano che sentivo era in realtà un appellativo poco simpatico dato dal cantante a quella che, all’epoca, era la ragazzina più famosa della tv.

Mi riferisco a Delusa di Vasco Rossi che, lo dico per la rubrica “The More You Know”, è dedicata ad Ambra Angiolini – o una qualsiasi altra ragazzetta che giocava a fare la diva davanti alle telecamere in quel periodo oscuro che erano i primi anni ’90.

Ricordo ben poco di Non È La Rai. Ero troppo piccolo e la mia soglia dell’attenzione si abbassava drasticamente davanti alle voci stridule delle adolescenti. Giusto ieri ho trovato la home di Facebook invasa da video della trasmissione, per i 20 anni della sua chiusura. Ci sarebbe tanto da scrivere su questo format, e forse tanto è già stato scritto. Per oggi mi limiterò a cercare di entrare nella mente di un rocker quarantenne.

Decine di lolite tarantolate mostrano l’ombelico sull’emittente dei giovani, illuse dall’effimera celebrità che un regista ambiguo dona loro a colpi di inquadrature voyeuristiche, e Il Blasco decide di metterle in guardia dal pericolo che loro stesse creano con quei movimenti impacciati e sensuali.
Il mondo reale, subito fuori dallo Studio 1 del Palatino, è popolato da predatori, machi dal fisico bestiale metà Sean Penn e metà satiri, pronti a tutto pur di avere una parte delle giovani provocatrici.

Provocatrici, sì. Perché questo sono delle bambine che ballano, per la matura rockstar. Sono ninfe e etère, pronte a soddisfare ogni capriccio dell’uomo che non deve chiedere mai. Se la cercano, insomma.

Quante volte avete sentito e forse ripetuto le parole “Se la sta cercando”, “Se l’è cercata”, “Se l’è voluta”, “Se vai in giro così…”, “Basta coprirsi”, “E ma se fai così, poi io…”? Oggi le ho lette. Scritte da padri di famiglia, avvocati, studenti, medici. Alcune addirittura da donne.

Siamo arrivati al punto dove nella nostra società una donna non prova un minimo di empatia per una bambina stuprata. Non sto addossando le colpe a Boncompagni o Rossi, badate. Ma mi chiedo cosa sia andato storto se, a distanza di 20 anni, non solo non abbiamo superato la mentalità della donna:puttana, ma siamo talmente assuefatti dalla cultura dello stupro che arriviamo a condannare la vittima. La vittima che, in questo caso, ha 15 anni – e quindi avrà pure tutti gli organi funzionanti e le forme di una donna, ma rimane una bambina.

Voglio un’Italia diversa, che entri a far parte di quell’Occidente che tanto abbiamo teorizzato. Voglio un paese dove una ragazzina si possa sentire libera di uscire a ogni ora del giorno e della notte, (s)vestita come meglio crede, senza incorrere nel pericolo del lupo maniaco. E, soprattutto, sogno una società che non pratichi il victim blaming, che non difenda il cattivo della fiaba, che la smetta di prendere le parti del più forte.